Consumare quotidianamente piccole quantità di cioccolata abbasserebbe la pressione sanguigna e ridurrebbe il rischio di infarto e ictus.
Questo è quanto afferma una ricerca tenuta presso il Centro nazionale di nutrizione umana a Nuthetal, in Germania, e pubblicata su Internet dalla rivista European Heart Journal.
Questo non vuol dire che da oggi si possa tranquillamente cedere alla tentazione di svuotare lo scaffale delle cioccolate, magari  giustificando questo gesto con l’idea che sia addirittura salutare;  Brian Buijsse, primo firmatario dell’articolo segnala infatti che il consumo di piccole quantità di cioccolata è utile se questo va a sostituire alimenti molto calorici come gli snack, in modo che il peso corporeo rimanga costante.
Gli studiosi hanno osservato per un periodo minimo di 10 anni 19.357 soggetti di età compresa tra i 35 e i 65 anni, già impegnati nello studio EPIC (European Prospective Investigation into Cancer), scoprendo che chi consumava una quantità maggiore di cioccolata  (una media giornaliera di 7,5 grammi) mostrava una pressione sanguigna più bassa e un rischio di infarto o ictus inferiore del 39 per cento rispetto a chi ne consumava meno (1,7 grammi al giorno). La differenza tra i due gruppi è quindi pari a 6 grammi, una quantità minima.
Si ipotizza che il probabile beneficio apportato dal cioccolato sia dovuto ai flavanoli contenuti nel cacao. Si rendono necessari comunque ulteriori studi per conoscere con  esattezza tutti i meccanismi in gioco.

Oggi, 11 aprile 2010, è il 40° anniversario del lancio dell’ Apollo 13, la missione lunare che ha tenuto il mondo col fiato sospeso a causa del guasto che mise in pericolo la vita dei suoi 3 astronauti, il comandante James Lovell, Jhon L. Swigert e Fred W. Haise.
Apollo 13  sarebbe dovuta essere la terza missione spaziale statunitense a sbarcare sulla luna. Il lancio avvenne da Cape Canaveral, Florida, l’11 aprile del 1970 alle ore 19:13 GMT.  A 321.860 chilometri dalla Terra, il rimescolamento di un serbatoio dell’ossigeno provocò un’esplosione che danneggiò diverse parti della navicella  costringendo l’equipaggio ad annullare l’allunaggio e decidere per il rientro sulla terra che avvenne il 17 aprile 1970. La causa del guasto non fu immediatamente chiara e tra le altre ipotesi ci fu quella dell’impatto con un meteorite.
Curiosità: la celebre citazione “Houston, we have a problem” (“Houston, abbiamo un problema”) non è quella originale. La frase realmente pronunciata da Swigert rivolgendosi al Centro di Controllo delle Missioni della NASA fu: “Okay, Houston, we’ve had a problem here”( ” Ok Houston, qui abbiamo avuto un problema”)

Presentazione ufficiale per l’Australopithecus sediba, una specie di ominide i cui fossili sono stati scoperti nell’estate 2008 in Sudafrica.
Gli autori della scoperta sono  Lee Berger dell’Università di Witwatersrand di Johannesburg e Paul Dirks del Cradle of Humankind World Heritage.
I fossili presentati, datati tra 1,95 e 1,78 milioni di anni fa appartengono ad un giovane di eta tra i 9 e 13 anni e a una donna tra i 20 e i 30 anni, insieme ci permettono di ricostruire uno scheletro quesi completo.
Alti 127 cm e pesanti circa 30kg hanno molte caratteristiche (ossa pelviche e denti) condivise con Homo habilis e ergaster, probabilmente questi ominidi erano in grado di camminare e forse di correre.

Risorse:

La news su Science, che tra l’altro dedica la copertina alla nuova specie
http://www.sciencemag.org/extra/sediba

Immagini dei fossili e del luogo del ritrovamento siul sito del National Geographic
http://news.nationalgeographic.com

Dopo essere stato rimandato più volte, per problemi tecnici, il lancio è previsto per l’8 aprile alle 15.57
CryoSat è l’ultimo nella serie degli ESA Earth Explorers ad essere messo in orbita, e identifica la prima missione europea dedicata al monitoraggio del ghiaccio. La missione impiega tecniche avanzate di osservazione per rilevare, in maniera precisa, cambiamenti nello ,spessore del ghiaccio marino negli oceani e le variazioni nello spessore di vaste aree di ghiaccio che ricoprono la Groenlandia e l’Antartide.Queste informazioni aiuteranno nella migliore comprensione di come le aree ghiacciate del nostro pianeta stanno rispondendo ai cambiamenti climatici e una più chiara valutazione delle complesse interazioni tra ghiaccio, clima e livello del mare.

(tradotto, fonte ESA – European Space Agency)

Individuata in Sudafrica una nuova specie di ominide, sarebbe il cosiddetto “anello mancante”  di collegamento tra  l’australopiteco  vissuto 3,9 milioni di anni fa e il primo ominide riconosciuto, l’Homo Habilis (nella foto ricostruzione della faccia) un nostro progenitore di di 2,5 milioni di anni fa.
Questa nuova specie individuata  nelle caverne di Malacapa non ha ancora un nome, l’autore del ritrovamento e’ il Lee Berger dell’universita’ di Witwatersrand di Johannesburg. (fonte Agi)

Sperimentate bio stampanti 3D per produrre vasi sanguigni.
Si muovono i primi passi verso la fabbricazione di  organi umani.
Scienza e tecnologia insieme  oggi sono in grado di trasformare in realtà quello che fino a pochi anni fa era considerato fantascienza.

La produzione in laboratorio di organi umani infatti è un sogno che secondo alcuni potrebbe avverarsi tra pochi anni.

Il Dipartimento Farmaceutico dell’Università dello Utah, L’University College di Londra, le compagnie statunitensi Tengion e Organovo e la società australiana Invetech sono a lavoro per produrre le tecnologie necessarie alla realizzazione in laboratorio di tessuti vascolari da utilizzare nei trapianti.
Il principio è simile a quello che vediamo nelle comuni stampanti a getto di inchiostro. In questo caso le testine di stampa sono due e la “stampa” avviene unendo cellule umane e un particolare gel che funge da struttura di sostengo al futuro tessuto.
Un software provvede a gestire il processo di stampa.
Dal 2011 sarà in commercio la prima bio stampante del costo di circa 200.000 dollari. L’obiettivo è quello di riuscire entro 5 anni a produrre reti di vasi sanguigi da utilizzare nei trapianti.

A circa 150 chilometri dalle coste della Campania il vulcano Marsili dà segnali di attività che destano preoccupazione nella comunità scientifica.
Il Marsili è tra i vulcani più grandi d’Europa con una strutttura lunga 70 chilometri e larga 30.
Secondo recenti indagni dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologial, effettuate da febbraio con l’ausilio della nave oceanografica Urania del Cnr le pareti dell’edificio vulcanico sono fragili e si evidenzia una camera di magma di notevoli dimensioni.

In queste condizioni un’eruzione non è improbabile, come dice Enzo Boschi dell’INGV e la caduta rapida di una notevole massa di materiale porterebbe ad uno tsunami che raggiungerebbe le coste della Campania, della Calabria e della Sicilia.

Sotto i ghiacci antartici, a ben 180 metri di profondità la NASA ha individuato un Amphipod Lyssianasid, cioè un lontano parente del gambero e una medusa, perfattamente adattati a questo ambiente estremo.
Questa sorprendente scoperta oltre a modificare le conoscenze sulla possibilità di trovare forme di vita in ambienti così difficili rafforza l’ipotesi e la speranza di scoprire forme di vita aliene in ambienti come le lune ghiacciate di Giove.

NASA in Antartide: http://pigiceshelf.nasa.gov

Il metano sta fuggendo nell’atmosfera dal terreno ghiacciato dei fondali dell’oceano Artico con serie conseguenze sul riscaldamento globale. Il ritmo di questo processo è confrontabile a quello finora previsto per tutti gli oceani del mondo. In condizioni normali il terreno ghiacciato (permafrost) immagazzina grandi quantità di metano, ma una ricerca pubblicata su Science spiega che il permafrost sta mostrando segni di instabilità, lasciando fuoriuscire metano.
Il riscaldamento globale potrebbe decimare di almeno tre metri o più il permafrost dell’emisfero settentrionale, alterando gli ecosistemi del Canada, dell’Alaska e della Russia. Nuove simulazioni del National Center for Atmospheric Research (NCAR) mostrano infatti che oltre la metà dell’area ricoperta dallo strato superiore di permafrost potrebbe sciogliersi entro il 2050, e circa il 90% entro il 2100. Gli scienziati si attendono che il fenomeno incrementi la quantità di acqua dolce riversata nell’Oceano Artico e quella di carbonio nell’atmosfera. Lo studio, basato sul modello Community Climate System Model (CCSM) del NCAR, è il primo a prendere in esame globalmente lo stato del permafrost considerando le interazioni fra atmosfera, oceano, terra e ghiaccio. I risultati sono stati pubblicati online sulla rivista “Geophysical Research Letters”.
Circa un quarto del suolo dell’emisfero settentrionale contiene permafrost, definito come il terreno che rimane sottozero per almeno due anni. Il permafrost viene di solito caratterizzato da uno strato attivo superficiale, che si estende da pochi centimetri a diversi metri di profondità e che si scioglie durante l’estate per ricongelare d’inverno, e uno strato più profondo che rimane sempre ghiacciato. Lo strato attivo reagisce ai cambiamenti climatici, mentre quello profondo non si è più scongelato dall’ultima era glaciale, circa 10 mila anni fa.

Il permafrost è presente primariamente nelle regioni artiche, in prossimità dei poli, ma anche in alta montagna (nelle Alpi a partire da quote di circa 2.600 m s.l.m, in funzione dell’esposizione). È valutato che le superfici con permafrost riguardino il 20% delle terre emerse, di cui ben il 25% dell’emisfero settentrionale. Il permafrost può raggiungere la profondità di 1.500 metri nel nord della Siberia e di alcune centinaia di metri in Alaska e Canada.

(fonte ANSA)

A soli 2 giorni i bambini riescono a distinguere il linguaggio musicale e a percepire le “stonature”, quindi esisterebbe nel nostro cervello una specializzazione musicale, capace di riconoscere la musica e le sue distorsioni. Secondo una ricerca condotta dal gruppo di ricerca guidato da Daniela Perani della Libera Università “Vita Salute S.Raffaele” di Milano la musica è già “scritta” nel cervello umano, e già a due giorni di vita siamo in grado di riconoscere le note e persino di accorgerci delle stonature. Sono stati monitorati 18 neonati, tramite la tecnica della risonanza magnetica funzionale, mentre ascoltavano musica e i risultati sono quelli che abbiamo appena descritto. E’ interessante vedere come le risposte dei bambini all’esperimento sono simili a quelle degli adulti. La ricerca del team italiano è stata pubblicata sulla rivista scientifica PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America) all’interno della sezione dedicata alle neuroscienze. L’articolo si intitola “Functional specializations for music processing in the human newborn brain”.